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Arte bene rifugio? Non esattamente

Ripa, cala fatturato aste ma nessun panic selling

Che l’arte sia un bene rifugio, come spesso viene descritta, è asserzione che non corrisponde esattamente a verità, se si guarda all’andamento delle aste e dei relativi fatturati. La volatilità esiste anche in questo ambito di investimento, pur senza episodi di panic selling, come è invece avvenuto anche di recente sui mercati finanziari. Pietro Ripa è private banker di Fideuram e tra gli autori, insieme a Ernesto Lanzillo, Roberta Ghilardi e Barbara Tagliaferri, del più recente report firmato Deloitte dal titolo ‘Lo stato dell’arte. Una fotografia del settore Art & Finance ai tempi del COVID-19’. “Accostare finanza e arte – nota - può sembrare un ossimoro, ma negli ultimi anni la crisi che si è verificata sui mercati tradizionali, insieme alla ricerca sempre più spinta del rendimento, ha fatto sì che settori che erano nati come nicchie siano cresciuti. Quello dell’arte ne è un esempio, sia per numero di transazioni, sia per numero di investimenti. E al pari di tutti gli altri mercati è stato completamente stravolto dal Covid. Dal 2016 al 2018 i mercati regolamentati, ovvero quelli degli strumenti finanziari, delle valute, delle materie prime sono andati via via peggiorando. Negli stessi anni il mercato dell’arte è cresciuto. Addirittura ha raddoppiato il suo giro d’affari”. Significa forse che quello dell’arte è un mercato in cui trovare rifugio? La risposta, secondo Ripa, è ‘no’, per vari ordini di motivi, in particolare per il fatto che non è riuscito a mantenere intrinseco il suo valore e ha mostrato invece ampia volatilità. “Il 2019 è stato una anno straordinario, dove si guadagnava ovunque si investisse. Logico pensare che se il mercato dell’arte va bene quando tutto va male, allora chissà come va, quando va tutto bene. Le cose non sono andate così: nel 2019 il mercato dell’arte aveva già mostrato un primo rallentamento, sia nella sua componente dei dipinti, cioè il segmento che produce circa il 75% di tutto il fatturato, ma anche nei segmenti passion assets, quindi fotografia, gioielli, auto… che avevano avuto un rallentamento significativo, di circa il 6%”.

Il 2020 è iniziato subito con la cancellazione di alcuni eventi fieristici, a causa della diffusione della pandemia a livello internazionale che ha avuto ripercussioni sull’organizzazione delle case d’asta. “Queste ultime – fa notare l’esperto - hanno dovuto rivedere il loro modello di offerta, sia come format, con ele aste ibride, sia per proposta”. Phillips ha lanciato la prima asta cross category (periodi e segmenti diversi insieme) per mettere in dialogo artisti e movimenti differenti. “Sono state aste di grande successo, riprese anche dalle altre major, Christie’s e Stotheby’s. Un nuovo processo è dunque entrato nei meccanismi dell’arte.

Ma da un punto di vista numerico cosa è successo? “Nel primo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, in termini di numerosità le aste live sono diminuite del 65%. Analogamente quelle online sono aumentate del 270%. Ma in termini di fatturato, le aste live sono diminuite del 72% e quelle online sono cresciute del 48%”. Non possiamo però dire che i due fenomeni si compensino. Se ci si sofferma sui singoli lotti, è evidente che “il lotto medio nel primo semestre del 2020 per le aste live si è fermato a 135mila dollari, che non è minimamente confrontabile con quello che è stato il lotto medio della aste online, che è stato di 13mila dollari. Il risultato si riflette anche in termini di valore medio del fatturato: 19 milioni circa per le aste live e 1,6 milioni per le aste online. E’ evidente – chiosa Ripa - la differenza tra i due segmenti”.

Questo elemento diventa ancora più importante se lo si confronta con il primo semestre dell’anno scorso: per aste live era di 41,1 milioni di dollari il fatturato medio, che si confronta con il 18,9 di quest’anno e milioni di quest’anno e 866mila dollari rispetto a 1,6 milioni di dollari di quest’anno. Le aste online hanno raddoppiato dunque il valore medio dello scorso anno, ma stiamo parlando di aggregato più piccolo e dunque è facile che abbia questo incremento, ma la vera notizia è che invece l’aggregato è in grossa diminuzione delle aste live. C’è stato un effetto emozionale che è completamente venuto meno, perché è venuto meno il contatto fisico con l’opera e con l’evento che preparava a un corretto apprezzamento dell’opera stessa”.

Ma come si è riorganizzato il mercato a fronte di tutto questo? C’è stata un ridotta propensione dei collezionisti alla vendita “e questo si riflette – nota Ripa - sulla qualità che viene proposta”. Un altro aspetto è stato quello della digitalizzazione che porta trasparenza negli scambi e democratizzazione del mercato, oltre a una attenzione all’Oriente, mercato dalle grande potenzialità”. Sono stati messi a punto nuovi modelli di proposta: aste ibride e cross category. C’è stata necessità di una forte flessibilità nella calendarizzazione delle aste e si è assistito, soprattutto online di charity, alla proposta di nuovi artisti di arte sudamericana e nord africana che nel passato con più difficoltà sarebbero arrivati alla consacrazione del momento d’asta.

Per quanto riguarda la distribuzione dei top lot (tutto c’ò che è stato battuto sopra i 2 milioni di dollari), “la fascia di ‘lusso inaccessibile’, superiore a 20 mln di dollari, già segnalava un forte arretramento, perché negli ultimi tre anni si era passati da una distribuzione dell’8% a una distribuzione di poco inferiore al 5%. Ancora non ci sono i numeri relativi al 2020, ma è ovvio che è logico attendersi che prevarrà la spinta dei lotti di fascia media e si ridurrà il segmento più interessante e top di lista”.

Analizzando i top lot del triennio, sicuramente il 2017 “è stato una anno straordinario il Salvador Mundi di Leonardo da Vinci è stato (ed è) world top record in un’asta di arte contemporanea, battuto a 450 milioni di dollari. Ma già nel 2018 e 2019 assistevamo a un inevitabile restringimento dei top lot dell’anno. Da Modigliani battuto 157 milioni di dollari a Monet a 110 milioni di dollari. Anche nel segmento dell’arte contemporanea, che è il più attrattivo e importante dal punto di vista dei fatturati, la medesima analisi: Basquiat record del contemporaneo nel 2017, battuto alla cifra record di 110 milioni di dollari a quelli che sono stati rispettivamente i record per artista vivente con un Hockeny nel 2018 battuto a 90 milioni di dollari.  In tutti i casi vediamo un restringimento dei valori. Nel 2020 abbiamo come riferimento un primo semestre allargato dunque non solo quello che è stato definito al 30 giugno: nei top lot abbiamo prezzo medio in restringimento, 45, 82 milioni di dollari per le aste live. Per quelle online il prezzo medio dei primi cinque top lot si è ridotto a 9,8 milioni di dollari. Il prezzo medio dei primi cinque top che era stato di 80,9 milioni di dollari, overall, ma lo scorso anno la distinzione tra live e online non era così evidente”.

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