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Il 2021 visto da Draghi, attenzione alle 'zombie firms'

Intervenire per correggere il modello di business oppure chiuderle

Nel 2021 le imprese saranno classificate in 5 categorie: le zombie firms o walking dead saranno quelle insolventi. Particolare attenzione dovrà essere posta sulle pmi. Negli Stati Uniti il 47% della forza lavoro è assunta in una pmi (meno di 500 addetti), mentre in Italia il dato raggiunge quasi l’80%. È quanto emerge dal documento 'Reviging and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid', a doppia firma di Mario Draghi e di Raghuram Rajan, pubblicato a dicembre dal Gruppo dei 30. Si tratta un gruppo di 'pezzi da novanta' della finanza mondiale – quasi tutti ex governatori di canche centrali - con sede a Washington, che si occupa di economia e di politica monetaria a livello internazionale. Il rapporto firmato dall’ex presidente della Bce si focalizza sugli interventi dei decisori pubblici per sostenere le imprese, divise in 5 classi, per ognuna delle quali è suggerito un focus di attenzione della politica pubblica. 

Le prime 4 classi raggruppano le imprese economicamente sostenibili. La classe 1 contiene le imprese sane, che hanno accesso al mercato dei capitali e per le quali è necessario assicurare il funzionamento dei mercati stesse. Sono principalmente le grandi imprese. Sempre considerata a basso indebitamento, la classe 2 raggruppa aziende con vincoli finanziari, che riducono l’accesso al mercato dei capitali. Per queste imprese è importante garantire l’afflusso di liquidità. Le due classi successive (3 e 4) ricomprendono quelle ad elevato indebitamento. La classe 3 raccoglie quelle che hanno problemi di liquidità e necessitano di elevata cassa; oltre a ipotizzare una ristrutturazione del patrimonio (rivalutazioni, provvedimenti sulla continuità aziendale), l’afflusso di liquidità deve evitare il rischio di incorrere nel moral hazard, ovvero la tendenza a perseguire interessi personali e non aziendali. Il problema di liquidità diviene di insolvenza per la classe 4; in questo caso è necessario ristrutturare il patrimonio aziendale attivando tutti i meccanismi per evitare il moral hazard.

Un capitolo a parte sono le imprese che ricadranno nella classe 5: ovvero le non economicamente sostenibili o decotte. Questa categoria è definita zombie firms, “le società che non sono in grado di coprire il costo del debito con i profitti correnti e la cui esistenza dipende dai creditori”. Il termine nacque nel cosiddetto 'Decennio perduto' del Giappone, seguito allo scoppio della bolla speculativa giapponese negli anni ’90, poi protrattosi nella prima decade del nuovo millennio. Numerosi studi hanno dimostrato i pesanti effetti distorsivi sul mercato, in termini di riduzione dei profitti e degli investimenti nelle imprese sane. Le conseguenze, inoltre, ricadono anche sul capitale umano e sulla crescita del salario medio.

Il fenomeno delle walking dead firms ormai si è diffuso in tutto il mondo. Il rapporto sottolinea che, prima che nascesse il problema di insolvenza da Covid-19, il numero delle imprese zombie era già notevolmente cresciuto. Infatti, una recente ricerca su 14 economie avanzate ha rilevato che tra gli anni ‘80 ed il 2016 le zombie firms sono cresciute del 12% tra le imprese industriali. La situazione appare ancora più complessa in Cina: tra il 2013 ed il 2014 questa percentuale è passata dal 3,3% delle imprese totali al 13,46%. Per cui, nelle economie che hanno il maggior peso a livello mondiale, c’è un consistente numero di imprese decotte, che ‘deambulano come cadaveri’.

Ma qual è la dimensione delle zombie firms? Sono principalmente piccole e medie imprese; inoltre, al crescere del numero delle imprese decotte diminuisce fortemente la dimensione di esse, con pesanti effetti sulla competitività. Questo approfondimento termina con alcune considerazioni di Piyush Gupta, Ceo della DBS Bank di Singapore, che prevede un’ondata di fallimenti delle pmi con un’inevitabile pressione sulle banche e sui mercati finanziari. Nasce quindi un interrogativ: “…usare il denaro pubblico per sostenere (queste) imprese o lasciare che ci sia una distruzione creativa alla Schumpeter”? Le risposte sono nel rapporto 'Draghi': "i politici potrebbero essere convinti da più ragioni a sostenere le pmi per evitare i costi economici e sociali di numerosi fallimenti. Innanzitutto, le imprese più piccole hanno pochi canali di finanziamento e dipendono principalmente dal cosiddetto relationship banking. In secondo luogo, le pmi sono principalmente inserite in una comunità territoriale, con la difficoltà di ricollocare il personale e di appesantire le difficoltà di un territorio. In terzo luogo, ci sono settori in cui le piccole imprese consentono una maggiore competizione e concorrenza perché le imprese grandi non hanno incentivi a svolgere determinate attività. Inoltre, nei Paesi in via di sviluppo le pmi sono il mezzo per promuovere un’economia regolare e consentire alla povera gente di uscire dal lavoro 'informale'. Altresì, gli effetti dei fallimenti sono più elevati per le imprese piccole rispetto a quelle di grande dimensione. Infine, molte pmi contengono capitali relazionali, umani e intangibili che potrebbe essere utilizzati di nuovo grazie a una rete di protezione sociale e pubblica che favorisca la nascita di nuove imprese. In questi motivi si comprende il focus di politiche pubbliche per le imprese zombie: intervenire per correggere il modello di business oppure chiuderle. Oltre a quanto illustrato, per quanto concerne le imprese, il rapporto valorizza il ruolo dei decisori pubblici, che con scelte lungimiranti possono indirizzare percorsi di sviluppo e di cita per orientare le scelte del mercato e, soprattutto, correggere i fallimenti del mercato stesso.

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